ci siamo: ecco la prima parte delle risposte di toni thorimbert alle mie domande! AGGIORNATO! MANCAVANO I FILM!


14 Marzo 2009

toni thorimbert fotografato da sonia giottoli

Settimio Benedusi: quali sono i primi tre libri fotografici che ricompreresti, e perché?

Toni Thorimbert: Rispondo volentieri ma faccio una premessa. Se il mio studio prendesse veramente fuoco oggi, non so se le risposte sarebbero le stesse. Diciamo che il gioco mi porterà a raccontare piuttosto di quei libri o altro che hanno contato per la mia formazione visiva dall’inizio della mio percorso ad oggi.
Sono di indole per niente nostalgica, e probabilmente approfitterei dell’incendio del mio studio per voltare decisamente pagina verso qualcosa di sconosciuto e possibilmente rischioso, mentre le risposte che seguono sono tutto sommato conservatrici. Però, dato che questo post è in fondo un escamotage per raccontare, insieme all’amico Settimio, di quello che per noi è stato importante per la nostra formazione professionale direi che uno dei primi libri che ricomprerei è

“Tokio” William Klein.
Non ringrazierò mai abbastanza Giovanna Calvenzi, all’epoca la mia professoressa di storia della fotografia all’Umanitaria di Milano, per avermi fatto conoscere il lavoro di William Klein e soprattutto di avermelo fatto conoscere dentro ad una prospettiva: Klein vs Cartier Bresson. Un punto di vista che ancora mi serve da spartiacque quando devo decidere come affrontare o giudicare un lavoro. Infatti mettendo a confronto questi due autori appare chiaro che appena tiri su la macchina tocca fare innanzitutto una scelta di campo: o si è dalla parte di chi fotografa senza essere visto, o comunque la cui presenza non interferisce nel corso della realtà, come Cartier Bresson o ti comporti come Klein che proprio con il suo diventare fisicamente protagonista della scena inevitabilmente la modifica, tanto che la fotografia che ne consegue è il risultato di questa interazione.
All’inizio era come prendere partito, “il partito di Klein”.
Cartier Bresson proprio non mi piaceva, poi con il tempo ho ovviamente riconosciuto la sua immensa statura, mentre Klein mi è diventato, soprattutto dopo averlo conosciuto, un po’ più ostico.
Ma tant’è, il mio modo di approcciare la realtà con una macchina al collo viene da lì, da Klein, e dal primo libro di fotografia che ho comprato.

“White women” Helmut Newton
Anche questo uno dei miei primi libri. Una vera bellezza. La donna, il sesso, la fotografia, il potere. Un modo di donne bianche, pericolose e indipendenti.
Titolo sottile e terribile. Cito questo libro perché è quello che mi ha fatto conoscere Newton, ma tutti i suoi libri, anche se alcuni discutibili, sono da avere. Tutto il suo lavoro, per un fotografo, è importantissimo proprio perché assolutamente inimitabile. Si può provare a fare una “foto alla newton” ma più il risultato sarà simile e più sarà risibile e ridicolo. C’è davvero un mistero in Helmut Newton, nel suo leggerissimo modo di essere tostissimo… forse in parte svelato in un suo famoso ritratto, scattato dalla moglie Alice Spring, dove porta i tacchi a spillo.

“Un’autobiografia” di Richard Avedon
Anche se il mio/suo libro preferito è “In the american west”, l’autobiografia contiene l’essenza di Avedon, nel bene e nel male, al completo. Avedon è il fotografo moderno per eccelenza, con il suo ego smisurato, i suoi trucchetti teatrali, la sua schizofrenia tra fotografia commerciale e arte, tra introspezione e glamour. Da studiare, amare, alla fine magari anche odiare, ma comunque imprescindibile.

SB: Fai il fotografo, quindi un po’ di attrezzatura devi averla. Tre macchine fotografiche a cui non puoi rinunciare?

TT: Una Rolleiflex 6×6 biottica con obbiettivo 80mm 2,8 planar.
Non perché è un feticcio, ma perché nessuna digitale al mondo, al momento è adatta a fare quello che solo questa Rollei con questa ottica, può fare così bene: una foto a colori scattata all’imbrunire e quasi in controluce che, una volta stampata ti fa risentire anche gli odori, e la trasparenza dell’aria, e il tuo sentimento di quell’attimo con la stessa pienezza e verità.

Un banco ottico 10×12. L’abc della fotografia. Necessario saperla usare quanto saper leggere e scrivere, come respirare. Professionalmente la miglior macchina del mondo, con cui a dispetto di quello che tanti credono si può fare, bene, assolutamente tutto. Meriterebbe un libro a se stante, figuriamoci un post. Chi non l’ha mai usata dovrebbe fare il favore di mollare la propria Canon e con umiltà cominciare da lì, dal vetro smerigliato, con l’immagine capovolta.

1 piccola digitale compatta.
Mi serve per il blog, per le locations, per le foto delle vacanze.
Di tutte le altre, tutto sommato sarei felice di essermene sbarazzato.

SB: Tre attrezzature digitali?
T.T: Un computer portatile Mac Book Pro
Un server (tre terabites minimo)
Una terza cosa non mi viene in mente…un mouse?

SB: Per tenerti aggiornato, vai in edicola…quali sono le prime tre riviste che compri?

TT: Ho con l’edicola un rapporto veramente profondo, quasi morboso, anche se ora ci vado meno spesso. Voglio dire che i giornali magari li va a comprare Niccolò, il mio assistente, ma qualche volta invece vado io, magari all’”edicolaccia” di notte e comincio ad annusare, sfogliare, accatastare, comprare. Uno shopping totalmente compulsivo e che appunto varia da volte a volta, da cosa mi ispira e cosa no. Compro tutto, da riviste di cavalli a quelle di moda australiane, di arredamento, case, architettura. Però possiamo immaginare che questa volta comprerò:
“Motosprint”, nel caso in carcere non fossero sintonizzati sulla Motogp e
“Superbike” perché non vorrei perdermi l’ultima comparativa di moto che comunque non comprerò mai. E poi “superbike” è l’ultimo giornale che mette il poster in centro con la donnina nuda e la moto scontornata su fondo bianco. Coraggio che va premiato.
“Vogue Paris”, per non sembrare uno che legge solo riviste di moto.
“Vanity Fair” americano, da non confondere con quello italiano. Diciamo, per essere carini, che sono due cose diverse e che quello americano mi tiene in contatto con quello che succede al di là dell’oceano. Lo leggo tutto, è scritto veramente bene e poi ci sono le foto della Leibovitz che, anche se ormai un po’ leziose, vanno sempre viste. Tra l’altro molto meglio vederle sul giornale che nei suoi libri perché con l’impaginato e i titoli e le didas le trovo al loro meglio.

“Interview”. Nella nuova veste disegnata da Fabien Baron. Mi vergogno quasi a dirlo ma io trovo la sua grafica ancora molto bella. Mi fa sentire cool. E’ un po’ come il Jazz, come Miles Davis, in realtà è roba un po’ datata che alla lunga stufa, ma metterlo su ti fa sempre fare bella figura…tipo: “chi è?” “Ma..sai, Miles Davis” così, detto come per caso. La grafica di Baron è così: fighissima anche se in definitiva è molto, molto borghese. Però è come un maglione di cashmire, è morbido e averlo non fa certo male.

“Numero”, “Pop” ,“purple”, “ID”. ovvero le foto di moda che non farò mai. Mi piacciono, qualche volta mi ispirano, ma non sono il mio genere, per niente. Infatti li compro spesso, perché così rinnovo la certezza di che cosa NON sono.

SB:Da Trony, compri un IPOD e un televisore con lettore DVD.
compri 3 Cd per allietare in sottofondo i tuoi prossimi servizi di moda, (sempre che, dopo anni di carcere qualcuno te li faccia ancora fare) e tre film irrinunciabili per un fotografo:

TT: Massive attack, Protection.
Disco che traghetta non solo me, ma il mondo intero, armi e bagagli, dalla mediocre ripetitività del rock alla più densa, morbosa e sfaccettata contemporaneità. La dritta me la diede una redattrice di Mademoiselle a New York di cui mi ero un pò invaghito. Prima dei Massive Attack vivevo in una specie di preistoria musicale e ascoltavo una miscellanea post melodica di suoni di chitarra e batteria. ( volete un esempio? Sting)
Comprai il nastro (il nastro!) alla Virgin di Los Angeles e ci guidai sopra fino a San Francisco. Da allora mi è entrato sotto la pelle. Probabilmente, se riesci a ficcarmi in un lettore di Cd e mi fai girare è il suono che produrrò.

L’ultimo di Madonna, qualunque esso sia. Perché in studio con la modella che sbadiglia per via del Jet-lag o il parrucchiere un po’ scazzato, metti su Madonna e non sbagli mai, una o due foto le porti a casa di sicuro.

SB: tre film
TT: Blow Up, di Michelangelo Antonioni.
Per forza. E’ il film che dice tutto della fotografia e dei fotografi e non solo perché David Hemmings guida una Rolls Royce convertibile e i Levi’s bianchi, o perché si rotola tra i fondali con le modelle, ma anche perché, alla fine, scopre che non solo la fotografia mente, ma che la vita stessa è un illusione.
Detto questo, tutto Antonioni è da vedere. C’è stato un periodo (a dir la verità un po’ oscuro) della mia vita in cui tenevo in studio un televisore sempre acceso con i film di Antonioni che andavano “endless” ma senza audio, per avere sempre davanti a me questo fluire di incredibili immagini. Ora, grazie a Dio sono guarito, ma non rinnego di averlo fatto.

“2001 odissea nello spazio” di Stanley Kubrick
Un classico. Forse banale come scelta. Però 2001 non è un film di fantascienza, è un film sul mistero della vita e della morte, confezionato come un’opera d’arte concettuale ma facilmente comprensibile a tutti, fornito delle più belle immagini accompagnate dalle musiche più azzeccate del mondo.
Mi sembrano motivi sufficienti per spendere 9,90 mi pare.
Comunque a parte kubrick fotografo ( non eccelso però, il suo libro di fotografie è una strenna abbastanza inutile) tutti i suoi film, a parte l’ultimo, meritano il cofanetto. Voglio dire, se uno vuole capire come si mettono assieme delle immagini, una storia, come si muove una cinepresa, come si dirigono gli attori, direi che stanley è imprescindibile e direi che tutto questo si rivela con il tempo molto, molto utile quando vai a fotografare…

Eraserhead. Di David Linch.
Il suo film dì esordio, credo realizzato per l’esame di fine corso.
Bruttissimo. Oscuro, ansiogeno, lento, sgranato, assurdo.
Appunto per questo importantissimo.
Il lato oscuro della faccenda. Anche per lui vale quello che ho detto per gli altri due registi là sopra: a parte “Dune” (mai capito) tutti i suoi film sono strepitosamente belli ma anche brutti, per non parlare dei suoi cartoni animati dove tizi orrendi scorreggiano e ruttano o ammazzano. Un disastro. Però la luce..ragazzi!, bisogna imparare! e come filma e fotografa gli interni è da urlo. E le sue donne? meravigliose, anche quelle, un po’ squinzie, di Twin Peaks.
Ora vedo che gira degli spot per Gucci…si vede che anche lui deve pagare qualche mutuo…

Toni Thorimbert

le mie risposte alle stesse domande le potete
trovare sul blog di toni: http://tonithorimbert.blogspot.com/

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