DUE LIBRI

11 Febbraio 2012

spesso e volentieri ricevo mail di persone che mi chiedono cose tipo come fare per diventare fotografo e per farlo come faccio io.

ogni volta scribacchio due banalità (fai belle fotografie!) e me la cavo così: anche perché fosse facile dare ricette via mail!

oggi però una ricetta per fare il mio mestiere la vorrei fornire: leggete libri. e già! io trovo che una cultura umanistica sia alla base di chiunque voglia fare un lavoro alla base del quale ci sia il raccontare storie, e le storie sono sempre più belle e più ricche se alimentate dalle storie altrui.

c’è anche una ragione più pratica, in verità: scrivere bene è importantissimo, e si riesce a scrivere bene solo ed unicamente se sono stati letti un sacco di libri. vi voglio dare un’assoluta certezza: quando ricevo mail che dicono ” signor benedusi io sò ke cè dentro di me sopratutto una grande passione x esprimere le mie emozioni e voglio fare il fotografo.come faccio?” io sono inevitabilmente portato a pensare che il signore faccia delle fotografie di merda. sicuro! e purtroppo vi devo dare la notizia che questa sensazione non l’ho solo io, ma l’avranno anche direttori di giornali, art director ed affini…

anche io faccio sonori strafalcioni? purtroppo sì. purtroppo non ho mai letto abbastanza, avrei potuto fare di più e meglio. e cuesta ne è la conseguenza…

tutto questo preambolo per parlarvi di due libri che mi sono piaciuti ultimamente. ne parlo su questo blog perché ambedue, più o meno direttamente, hanno a che fare con la fotografia:

Meditazione e Fotografia di Diego Mormorio. Contrasto editore

dico la verità: parlare o leggere di fotografia mi è, nella maggior parte dei casi, insopportabile. o si dicono banalità sconcertanti (che bella che è la fotografia in bianco e nero!) o cose che ho letto trent’anni fa scritte da susan sontag. e quindi è raro che trovi interessante oppure originale uno scritto sulla fotografia. ho trovato invece molto interessante questo libro. una delle banalità più banalità ad esempio è quando si dice che “a me il ritratto piace rubarlo, per cogliere la naturalezza del soggetto!” che cazzata! e mormorio spiega bene perché questa è una cazzata:

“Con l’espressione “ritratto istantaneo” si indica normalmente un “ritratto” in cui il soggetto fotografato è stato colto in un’espressione involontaria, vale a dire un’immagine in cui quest’ultimo non è in posa, ma ripreso in un attimo scelto da chi fotografa. Secondo la logica corrente, si crede che questo genere di “ritratto” sia più naturale, proprio perché chi è stato fotografato non ha assunto un atteggiamento particolare, una posa.

In realtà, in questo caso, la volontà del fotografo rischia di annullare quella del fotografato, che resta in balia di chi crede di compiere un atto creativo, mentre effettivamente spesso compie un esercizio narcisistico e sopraffattorio, pensandosi come il reale protagonista dell’immagine. Di fatto, nel ritratto e non solo, il protagonista non è mai chi fotografa, ma ciò che viene fotografato.

Nella nostra epoca di individualismo esasperato, ciò può risultare a molti inaccettabile: limitativo della creatività dell’autore. Ma, checchè ne possano pensare questi molti, al di sopra di ogni creatività sta il fatto che l’altro, come affermava nettamente Kant, non può mai essere ridotto ad un mezzo per giungere a qualche fine da parte di chicchessia.

L’immagine è parte integrante della persona. Nessuno può farla apparire diversamente da come questa vuole apparire. E l’unico vero modo che ha una persona che viene fotografata di apparire come ritiene giusto per sé è attraverso la posa.

Di fronte alla consapevolezza di essere al cospetto dell’obiettivo -posando!- il fotografato trattiene il respiro, si fa serio o sorride. In quell’attimo egli cerca di rendere visibile sul proprio volto quello che crede sia il proprio essere, la propria interiorità.

Il tempo della posa viene da lui percepito come un tempo dilatato, simbolico, dentro al quale cerca se stesso”

non so in verità se essere completamente d’accordo, ma il dare un punto di vista oltre la banalità mi sembra già molto interessante. tutto il libro è molto bello, consiglio caldamente.

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Glenn Gould di Katie Hafner. Einaudi

glenn gould è stato una grandissimo pianista canadese, per molti il più grande di tutti. questa sorta di biografia è molto interessante, con ampi stralci che possono riguardare anche chi si occupa di fotografia:

“Se gli domandavi come faceva a sapere che un FA era un FA, ti rispondeva: “Bè, è blu!”. Il DO era un verde giallastro. Il RE era color sabbia, il MI era un rosa giallastro, il LA bianco, il SOL arancione, e il SI verde scuro”

“…sebbene fosse un consumato, dotatissimo pianista, spesso chiariva ad amici, tecnici, intervistatori ed impiegati della Steinway che non gli importava molto del piano come strumento in sé per sé. Per Gould, fare musica era una questione più mentale che fisica, che trascendeva i limiti di qualsiasi strumento-nel suo caso il piano-, che in realtà si limitava a mediare lo scontro tra la musica suonata e la musica che esisteva nella mente. “Sa, il piano non è uno strumento per il quale io nutra un grande amore”, disse una volta ad un cronista, “l’ho suonato per tutta la vita ed è il mezzo migliore che ho per esprimere le mie idee”

“Gould non pestava mai, preferiva spendere il minimo di energia possibile mentre suonava. Come disse una volta ad Edquist (il suo accordatore) Glenn Gould sarebbe stato felice se il piano fosse stato in grado di suonare da solo al posto suo”

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